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Cosa impariamo dal referendum sulla comunicazione aziendale e civile?

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    EXXXTRA
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Impossibile non sapere il caos mediatico che sta accadendo in questo momento in Italia.

Il dibattito sul referendum non è solo una questione di codici o tribunali;

è, nel profondo, un gigantesco banco di prova per chiunque si occupi di dare forma ai messaggi e quindi alla comunicazione.


Mette in campo tutti i professionisti del linguaggio, dell’informazione e della divulgazione senza risparmiare nessuna piattaforma e nessun tipo di media.

Vediamo reels, tik tok, volantini, manifesti, interventi televisi e istituzionali, Tutti e ovunque ci troviamo davanti a una decisione da prendere — un "sì" o un "no" — che però poggia su una stratificazione tecnica che spaventa e allontana.


È qui che il parallelismo con la vita in azienda o le tecniche di marketing puro si fanno sentire. Pensi non sia possibile? Proviamo a scendere in profondità

Chi si occupa di marketing o di risorse umane vive quotidianamente questo stesso pattern.

Come si spiega a un collaboratore o a un cliente una visione strategica che può cambiare la forma aziendale in un mondo che mastica solo contenuti da quindici secondi?

Ma soprattutto e più di ogni altra cosa, come si comunica ai propri dipendenti la legittimità e trasparenza di una nuova direzione aziendale senza una rivolta interna?



Il referendum che dobbiamo affrontare mette in luce anche un comportamento gravissimo che tende a colpevolizzare per la propria mancanza di visione.

Porta la classe dirigente (o politica in questo caso) ad usare una leva comunicativa molto aggressiva verso i propri dipendenti (o elettori) in quanto li accusa di non rendersi conto della libertà che stanno perdendo votando contro.

Questa è la pura leva della PRESSIONE SOCIALE.


Dove non arriva la legge e imporre un ordine, arriva la comunicazione e il marketing a premere su una direzione prestudiata.

Del resto la storia è fitta di dinamiche di questo tipo in cui creativi hanno aiutato partiti politici e futuri presidenti per le proprie campagne.

La politica per sua forma fa sempre difficoltà a interagire con il cittadino se non attraverso un tribunale, per questo ha bisogno di forme mediatiche più digeribili per la comprensione. Una dinamica simile che accade anche per le aziende in cui per gestire un dipendente non basta lo stipendio ma anche una serie di bonus che non pesano eccessivamente all’azienda ma che mantiene il dipendente fedele quando le dinamiche sono molto complesse.


Il referendum oggi ci mostra però il fallimento della semplificazione estrema. Quando il linguaggio media — il video, il visual, la parola — cerca di ridurre la complessità a uno slogan, finisce per generare solo rumore di fondo o, peggio, indifferenza.

Per un reparto HR, questo è un monito: non basta "comunicare" i valori aziendali se questi non vengono tradotti in un linguaggio che abiti la quotidianità e i dubbi di chi quell'azienda la vive.


Se la comunicazione non si fa carico della fatica di spiegare, perde la sua funzione etica e diventa pura propoganda e marketing aggresivo.

Nelle aziende italiane, spesso intrappolate in gerarchie e linguaggi polverosi, c’è un disperato bisogno di una creatività che sappia "salvaguardare" il senso ma sopratutto l’etica. Anzi si potrebbe dire che la comunicazione del referendum dovrebbe proprio prendere spunto dalla comunicazione aziendale

Perché riguarda la struttura del paese e non la mera vendita di un prodotto o un servizio che giova a pochi.

Vi chiedete perché pensi che giovi a pochi? Perché l’impostazione che sta prendendo questa comunicazione è molto ambigua, poco chiarificatrice e in un momento storico in cui non è davvero questa la cosa più importante su cui lavorare, non il senso di giustizia, ma la separazione delle carriere.

 

Il punto di incontro tra la dinamica referendaria e l'impresa italiana risiede dunque nella responsabilità. Un'azienda che sceglie di informare, di creare spazi di riflessione e di usare i propri canali per dare ordine al caos informativo, non sta solo facendo "comunicazione interna". Sta costruendo un'identità solida.

Sta dimostrando che la creatività è l'unico metodo reale per abitare i cambiamenti, trasformando un momento di incertezza collettiva in un'occasione per ribadire la propria etica del lavoro. In fondo, sia nell'urna che davanti a un brand, cerchiamo tutti la stessa cosa: la sensazione che la nostra comprensione sia stata rispettata e che tutti, indistintamente facciamo parte di una grande azienda di cui andare fieri.

 

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