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LA GUERRA NON SI GUARDA, SI TRASMETTE

  • Immagine del redattore: EXXXTRA
    EXXXTRA
  • 8 gen
  • Tempo di lettura: 2 min

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a qualcosa di anomalo.

Non a un nuovo conflitto — quelli, purtroppo, non sono una novità — ma a un cambio di campo.


La guerra non si è più giocata solo sul territorio,ma nel flusso continuo della comunicazione.

Dirette streaming, feed social, notifiche, mappe in tempo reale, video girati sapendo già di essere guardati. Non più informazione dopo l’evento, ma evento costruito per essere visto.

In questo scenario saturo, dove governi, eserciti e istituzioni comunicano da anni sempre nello stesso modo — comunicati, smentite, giustificazioni — è successo qualcosa di diverso.


È entrata in scena la Global Sumud Flotilla.


Non un’azione umanitaria. Un’azione comunicativa.


La Global Sumud Flotilla non ha portato solo navi.Ha portato un linguaggio nuovo.

Niente slogan consolatori. Niente appelli astratti. Ma presenza, esposizione, continuità.

Ogni scelta — dalla partenza pubblica, al tracciamento online delle imbarcazioni, alle dirette streaming, fino ai video-testamento registrati in anticipo — ha trasformato l’azione in un’esperienza condivisa, non in una notizia da consumare.


Non propaganda, ma struttura.Non retorica, ma pressione narrativa.

In un contesto dove la violenza è diventata routine mediatica e l’indignazione un riflesso automatico, la Flotilla ha fatto una cosa controintuitiva:ha rallentato, ha mostrato, ha reso tutto inevitabilmente visibile.


Due guerre parallele: quella reale e quella comunicata


Da una parte, il conflitto sul territorio.Dall’altra, la battaglia per il controllo del racconto.

Israele comunica la propria esistenza come emergenza permanente. La Palestina viene raccontata come terra frammentata, ridotta, compressa.L’ONU resta intrappolata in un linguaggio burocratico ormai obsoleto.Le grandi potenze oscillano tra silenzi strategici e prese di posizione ambigue.

In mezzo, l’opinione pubblica globale:informata, iper-esposta, ma sempre più impotente.

La Flotilla si è inserita esattamente lì:nel punto morto della comunicazione istituzionale.

Non ha risolto il conflitto. Ma ha rotto l’assuefazione.


Quando la comunicazione precede la diplomazia


Il punto non è stabilire se l’azione fosse “giusta” o “sbagliata”.Il punto è un altro, più scomodo:

oggi la comunicazione può anticipare — e a volte sostituire — la politica.

La pressione generata non è arrivata da un tavolo negoziale,ma da milioni di persone che stavano guardando in diretta.

La pace, per qualche giorno, non è stata un accordo.È stata un evento mediatico.

Ed è qui che la questione diventa collettiva.

Perché tutto questo ci riguarda


Viviamo in un’epoca in cui:

  • se non è visibile, non esiste

  • se non è condiviso, non conta

  • se non genera engagement, non produce reazione


Capire come funziona la comunicazione non è più un lusso da addetti ai lavori.È uno strumento di difesa civile.

La Global Sumud Flotilla non ha insegnato come fermare una guerra.Ha mostrato qualcosa di più inquietante e necessario:come si può ancora forzare l’attenzione, quando tutto sembra già visto.

Il rischio, se non impariamo a leggere questi meccanismi, è semplice:continuare a guardare tutto passivamente,convinti di stare scegliendo da che parte stare,mentre qualcun altro decide il frame...

 
 
 

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